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Quest’estate sono stato in Madagascar, e giuro di aver deciso di fare questo viaggio prima di aver visto il trailer del film d’animazione.
All’andata a Parigi abbiamo dovuto effettuare uno scalo a passo più che scattante e ritmo più che convulso; tutt’altra storia una dozzina di ore dopo all’aeroporto di Antananarivo (capitale malgascia). Volete una vacanza dall’esattezza cronometrica, millimetrica, tachimetrica? Andate in Svizzera o in Giappone: in Madagascar la parola d’ordine è “mora mora”(= piano piano), eccezion fatta per la musica. Invero abituarsi ai loro ritmi, adattarsi alle loro usanze, ma mostrare vivo interesse verso quanto c’è di ricco nella loro cultura è uno degli atteggiamenti indispensabili da tenere presente per entrare in un rapporto impostato correttamente con una civiltà tanto diversa da questa nostra europea.
Altra costante che abbiamo incontrato il primo giorno, e che ci ha accompagnato come nostro tormentone dell’estate, è stata sicuramente la “miseria” (il Madagascar è tra gli otto Paesi più poveri del mondo). E quante le riflessioni non banali che grazie ad essa può maturare con senso di responsabilità un gruppo di giovani europei come noi che si ritrova a viverci a così stretto contatto! E altro stupore mi assale se penso a quanti chilometri ho dovuto fare per accorgermi semplicemente che il mondo è un po’ più grande di come lo immaginavo, che molte cose possono essere viste anche da un’altra angolazione (non solo le stelle), e possono e forse dovrebbero essere fatte in un altro modo.
Quest’esperienza si presta ad essere vissuta come un viaggio di solidarietà con un popolo, un’occasione di forte socializzazione interculturale, un’opportunità per un concretissimo percorso di crescita spirituale, una possibilità unica per toccare con mano le tante opere della Chiesa “sancta et meretrix” (ma soprattutto “sancta”, suvvia!) e di molte associazioni umanitarie “sanctae et meretrices” (ma a volte soprattutto “meretrices”, ahimè!).
“Ma” direbbe a ragione un interlocutore medio “andando al sodo, cosa facevate?”. Noi formalmente eravamo cooperanti salesiani e, sostanzialmente, “tsy mamboly voky”(traducibile con “mangiapane a tradimento”)… scherzi a parte aiutavamo i salesiani in piccoli lavori, animavano con molti ragazzi malgasci un centro estivo, e in generale ci rendevamo conto della realtà locale con visite a città e villaggi, feste e riti tradizionali, case e capanne, ospedali, dispensari sanitari, carceri, centri di solidarietà vari…e molto altro.
Poi il solito interlocutore potrebbe chiedere:”Vi siete presi malattie tropicali?”
Dai, non mi sembra molto interessante entrare in questi dettagli, e comunque il plasmodio della malaria è abbastanza democratico: non bada a centro sociale.
“E la diarrea?” Che è una bellezza!
“Com’era il cibo?” Ho poco spazio per parlarne. Diciamo che il caviale scarseggiava, più abbondanti riso e papaia.
“Fa così caldo?” Ma no! A luglio nell’emisfero australe è la stagione fredda, e comunque lo dovresti sapere dal libro di geografia.
“Ci sono i leoni?” Ma la vuoi studiare la geografia!
Pierpaolo Palumbo

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